La saga dei Buffalo Springfield è stata non meno avvincente rispetto a quella degli amici-rivali Byrds, benché si fosse consumata in un lasso di tempo decisamente inferiore: e il solco lasciato dal gruppo di Stephen Stills e Neil Young è stato altrettanto profondo e fecondo di sviluppi musicali.
L’omonimo debutto del gruppo (1966) risulta ancora oggi un lavoro fenomenale, degno prologo al capolavoro “Again”, nel quale le basi folk-rock confluite nei filoni del beat-pop di matrice UK e della “Mr. Tambourine Man” dei Byrds si apriranno a ventaglio verso il country-rock, l’hard-blues e la psichedelia californiana. Altresì “Buffalo Springfield” è già un’opera matura, benché venga di solito ricordata unicamente per contenere in apertura il maggior successo del gruppo formatosi a Los Angeles nel 1965: “For what it’s worth”. “There’s something happening here/what it is ain’t exactly clear…”. Chi non l’ha mai sentita almeno una volta, tra documentari sul Vietnam e film quali “Forrest Gump” o “Nato il 4 luglio” ? Tutto è memorabile in questa superba composizione di Stills: la musica (un maligno e circolare riff acustico di sapore bluesy che deflagra nel celebre ritornello), l’esecuzione (quintessenziali gli incastri dei tre chitarristi e della sezione ritmica), la concisione (tutto in nemmeno tre minuti). Ma soprattutto il testo: diretto e sferzante, la cronaca dei nascenti scontri di piazza in coincidenza con l’escalation militare nel Sud-est asiatico, da un punto di vista tutt’altro che schierato, ma che riflette lo spaesamento di buona parte della gioventù americana di quegli anni (emblematici versi come “Paranoia strikes deep /Into your life it will creep /It starts when you're always afraid /You step out of line, the man come and take you away”.
Le restanti undici tracce si dipanano nei sentieri di un folk-rock dinamico in cui si incastonano accattivanti melodie, con notevoli intrecci vocali e strumentali. L’onere compositivo ricade interamente sulle spalle di Stills e Young: magnifici nel creare un’alchimia magica, senza mai pestarsi i piedi se non verbalmente (“Cavallo pazzo” Neil abbandonerà il gruppo pochi giorni prima del festival di Monterey, sostituito da David Crosby, per poi rientrare all’inizio delle sessions di “Again”). Come sempre è Stills a forgiare gli episodi di maggiore impatto: tolta la struggente ma un po’ retorica ballata alla Fred Neil “Sit Down I think I love you”, dalla penna del biondo texano escono classici assoluti quali il country futuristico di “Go and say Goodbye” (i Byrds battuti sul loro stesso terreno, grazie alla tagliente chitarra di Neil che si sovrappone a quelle cristalline di Stills e Furay), “Everybody’s wrong” (folk elettrico da urlo, rafforzato da inusitate influenze latine) e le travolgenti cavalcate proto hard-blues “Leave” e “Pay the price”.
Il contributo del loner dell’Ontario è un poker di composizioni criptiche e morbosamente epidermiche, eccellenti nel controbilanciare con una patina poetica la ruspante vena di Stills. “Out of my mind” è il prototipo di tante ballate estatiche, sospese in un limbo di pura bellezza. “Burned” è un midtempo dal sapore kinksiano, con squisito fraseggio pianistico nel mezzo. I capolavori sono però “Flying on the ground is wrong” e “Nowadays clancy can’ t even sing”, entrambe affidate alla placida voce di Rich Furay. La prima è un folk elettrico malinconico, con peculiarissima chitarra jingle-jangle di Neil. La seconda è uno dei vertici assoluti nello sterminato repertorio del Canadese. Composta a soli ventenni, è la storia di una ragazza affetta da sclerosi multipla. Un vertiginoso boato di sentimenti (alienazione, rifiuto, speranza) espresso da liriche impressionistiche dentro uno scheletro acustico folk, che esplode in una magistrale accelerazione, tra influenze latineggianti e allucinazioni pop: un pezzo che influenzerà parecchio certi momenti di “Forever Changes” dei Love (album alla cui produzione Young sembrò a un certo punto destinato, visti gli ottimi rapporti con Arthur Lee).
Questi erano i Buffalo Springfield: una cometa che ha illuminato il cielo californiano, lasciando nell’aria sfavillanti polveri folk, scorie psichedeliche, brandelli country, frammenti acidblues e un diamantino lirismo.
Da questo leggendario (re)incontro, nascono i Buffalo Springfield, uno dei gruppi più creativi del nascente folk-rock californiano.
Buffalo Springfield trova la sua ragione principale d’essere in una chicca, una alternate version di Bluebird, mai pubblicata prima e dopo.