Copertina di Dzjenghis Khan Dzjenghis Khan
Bartleboom

• Voto:

Per appassionati di hard rock, fuzz, garage, psichedelia, e fan di sonorità vintage e alternative
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LA RECENSIONE

Premessa:
Confesso che, per un attimo, ho pensato di non recensire il disco, limitandomi a inserire questo link:

Live at Batcave 2008

affinchè i suoni e le immagini parlassaro più di mille parole...
Poi, però, quando ormai ero risoluto più di uno stallone da monta appena giunto in un buodoir equino, mi è apparso in sogno
il nerboruto e carbonaro "Responsabile Capo Editing" che, adiratissimo, mi inveiva contro in un idioma sconosciuto ai più, tutto parentesi graffe e "antzichenon"...

A quel punto, ho capito che forse era il caso di fare il bravo. Ed eccoci qui...

 

Il "dove" è San Francisco, California (USA).
Il "quando" è il 2007.
Il "chi" sono tre cani randagi un po' spelacchiati, col gusto estetico dello zozzone fricchettone senza fissa dimora. Di quelli, tanto per capirci, che nei film si presentano a casa di qualche amico alle due del mattino con un:"Senti non è che mi puoi ospitare? Mi va bene anche stare sul divano. È solo per qualche giorno... giusto il tempo che convinca mia madre a riprendermi in casa...".

Dividono Rizla e etichetta con i super zamatauri olandesi Orange Sunshine, suonano puro hard fuzz di scuola seventies, primitivo e ignorante, prendendo in prestito dal proto heavy blues dei concittadini Blue Cheer il chitarrismo acido e urticante, il filo spinato usato al posto della banali mute D'Addario e compensando l'assenza di un drumming frastornante à là Paul Whaley con dosi massicce di sudore, attitudine punkeggiosa e voglia di far male mutuata dalla scuola di Detroit.

Alternano godibilissimi rigurgiti dell'Experienxe spogliati di ogni vezzo chitarristico hendrixiano ("Wildcat"), a furiose cavalcate hard blues da cui traspare una malcelata tendenza alla jam strumentale ("Black Widow"), e si concedono addirittura il lusso di una virata nella psichedelia più ruspante e immanente, recuperando il battere ossessivo a là Hawkwind e riciclandolo come tappeto (volante) ritmico per l'attorcigliarsi di linee di chitarra e basso ipnotiche e stordenti ("Rosie").

Niente pose da rock star, più entusiasmo che igiene personale, produzione che più che "Garage" si direbbe da "Autolavaggio a mano" e suoni più low-fi che vintage: pagano il tributo ai propri padri putativi con la piena consapevolezza che non spetterà certo a loro riscrivere la storia del rock, ma vale comunque la pena sbattersi come pornodivi al primo "Ciak, si giri!".

Fondamentali-Imprescindibili-Imperdibili? Oddio, no!
Inutili-Trascurabili-Evitabili? Forse.
Divertenti? Massì...

"Khan had long hair, we got long hair.
Khan loved eating meat and bangin' chicks and so do we.
If Dzjengis Khan had a hard 'n' heavy rock 'n' roll band it would pretty much sound like us"

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Riassunto del Bot

La recensione descrive l'album ‘‘Dzjenghis Khan’’ come un viaggio nel rock primitivo e grezzo di San Francisco, tra hard fuzz e psichedelia. La band, con attitudine punk e suoni sporchi, rende omaggio ai pionieri del genere senza aspirare a riscrivere la storia. Divertente e autentico, l'album riesce a trasmettere energia e passione nonostante una produzione volutamente low-fi.

Tracce

01   Snake Bite (00:00)

02   The Widow (00:00)

03   No Time For Love (00:00)

04   Avenue A (00:00)

05   Against The Wall (00:00)

06   Black Saint (00:00)

07   End Of The Line (00:00)

08   Rosie (00:00)

09   Sister Dorien (00:00)

Dzjenghis Khan

Trio documentato a San Francisco (2007) che suona hard fuzz / garage rock con influenze proto-heavy, psichedelia e hard blues; produzione volutamente lo-fi e attitudine punkeggiante.
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