. . . fig. . . : L'hai sentito l'ultimo Pèrl Gièm?
. . . caz. . . : No, io no. Ma un mio amico dice che. . .
L’ormai storica band di Seattle celebra la sua aurea mediocritas.
A distanza di ben quattro anni da Riot Act, disco spesso in fondo alla lista di gradimento fra i fan dei superstiti dell’era grunge di Seattle, Vedder e soci tornano in pista con un imminente omonimo album, forti del nuovissimo contratto firmato ancora per la Sony.
Ma a ben vedere, in questi quattro anni i Pearl Jam sono stati tutto fuorché inattivi: hanno suonato un po’ ovunque tranne che in Europa, hanno messo in circolazione una seconda ondata di bootleg ufficiali dei loro concerti, e si sono licenziati dal vecchio contratto discografico, festeggiando un Santo Natale con la superflua raccolta di rarità Lost Dogs (che tuttavia contiene alcune – non tutte – fra le migliori e arcinote b side dei singoli) e pubblicando una canonica Greatest Hits, oltre a due dvd dal vivo, ormai in vendita anche nelle migliori edicole. Non si può certo dire che le scelte di marketing dei Pearl Jam siano in linea con lo spirito grunge che tanto trapelava e arde tuttora negli occhi del sensibile Eddie Vedder, colui che dichiarò guerra alla Ticketmaster, retailer pressoché monopolista di biglietti di concerti negli Stati Uniti.
Con la dovuta cautela - essendo un gruppo che merita rispetto per quanto prodotto almeno nel suo primo lustro - ci accingiamo ad un iniziale ascolto del nuovo lavoro, annunciato quale “ritorno al rock ad alto volume”. Ed il primo ascolto è traditore.
L’album è ben confezionato, alterna momenti in cui la band sembra essere registrata in presa diretta, ad altri in cui vi è un marcato e forse antitetico professionismo di fondo nelle performance degli strumentisti, che a tratti ricordano addirittura gli U2. Non sembra esserci alcuna clamorosa rivoluzione, solo una migliore produzione rispetto al già citato Riot Act. La voce di Vedder, che scopriremo spesso in affanno, è mixata ad un volume particolarmente alto rispetto agli altri strumenti, in una soluzione pressoché opposta a quella proposta ai tempi di Binaural da Tchad Blake, dove le parti vocali erano modulate a pari intensità di chitarre e percussioni. Alcune dimenticate aperture melodiche ci strappano qualche segno di approvazione, nonostante a fine disco ci sia già l’impressione di non aver ascoltato nessun pezzo memorabile, ma solo una manciata di discrete canzoni prodotte con sapienza, in grado di accontentare (o scontentare?) un po’ tutti, fra sfuriate punk rock – in realtà piuttosto dozzinali – ballate alla Lennon/McCartney (“Parachutes”, che di fatto replica la già conosciuta “Fatal”) e la rinuncia sostanziale alle stranezze che da Vitalogy in poi avevano sempre fatto capolino qua e là all’interno dei dischi dei Pearl Jam.
Probabilmente è scorretto prendere come metro di paragone i primi album della band, ma se non ci esaltiamo per una “Comatose” o per una “Big Wave” è perché queste non brillano minimamente di luce propria: Matt Cameron è divenuto la controfigura inesatta del batterista fantasioso che imbastiva tempi e strutture dei Soundgarden, Stone Gossard non è più il mastro-compositore di un tempo, e Vedder fatica strepitosamente a reggere le note più alte, rifugiandosi in urla gracchianti che altrimenti avrebbe evitato. Si ascolti “Army Reverse”, e ci si domandi se quel ritornello, in cui entra una piacevole seconda voce in background, necessiti di essere così stuprato dalla prestazione di Vedder.
E’ un album manieristico, e a deludere è in primis il leader del gruppo. McCready ha finalmente guadagnato più spazio come compositore (soprattutto grazie alla scarsa motivazione di un Gossard ormai da pensionare), e firma in particolare la discreta “Marker in the Sand”, brano che ricorda ancora vagamente gli U2 di “Mysterious Ways”, in cui sfodera un riff affilatissimo e la conclusiva “Inside Job”, dove il chitarrista riesuma lo spirito di uno dei pezzi più sottovalutati della discografia del gruppo, ovvero “Present Tense”, da No Code. Il citazionismo è sempre dietro l’angolo: anche “Severed Hand”, che presenta una sobria sezione ritmica funky, introdotta da un’introduzione ancora omaggiante The Edge, richiama alla mente il ritornello di “Insignificance”.
E nonostante tutto si sente che c’è la buona volontà, almeno quella, di mettercela tutta, di suonare meno stanchi possibile, e di liberare l’energia rimasta, che speriamo mantengano almeno in sede live (a proposito, pare che parteciperanno anche a qualche festival nella prossima stagione: le dichiarazioni e gli intenti del dopo Rockslide sono già in soffitta), dove i Pearl Jam raramente deludono, regalando spesso concerti generosi e appaganti.
Lo zio Neil Young viene ossequiato con “Wasted Reprise”, un breve frammento - francamente inutile - di sola voce accompagnata dall’organo a pompa dove Eddie recita sommessamente il ritornello del pezzo di apertura del disco, “Life Wasted” appunto, ricordando i tempi di Mirrorball.
Il singolo “Worldwide Suicide” suona fresco ma non incide, essendo stato fin troppo smussato negli angoli in fase di post-produzione: c’è da scommettere che dal vivo potrà diventare un buon numero, così come “Gone” si propone di avvicendarsi degnamente col celeberrimo cavallo di battaglia “Better Man”.
In conclusione, l’omonimo album dei Pearl Jam è un ritorno che non lascia il segno. Questi Pearl Jam sono innocui, non ci regalano nessun pezzo memorabile, ma piuttosto una ricercata aurea mediocritas, del tutto prevedibile considerato, dagli occhi di un fan disaffezionato, il loro innegabile declino artistico. Pearl Jam è un disco che in un’ipotetica classifica degli album del gruppo si va a sistemare sul penultimo gradino in basso, appena sopra il precedente Riot Act. O forse nemmeno questo.
. . . fig. . . : Minchia, non mi pare un ottimo acquisto.
. . . caz. . . : Manco a me, infatti non lo compro.
. . . fig. . . : Magari andiamo a vederli Live, no?
. . . caz. . . : Al conveniente prezzo di sessanta euro, come dire di no. Chiama anche Piersilvio, Bill, Marco, Rupert ed Elisabetta. Almeno facciamo casino di gruppo.