Un avocado tagliato a metà, una copertina blu ed una scritta bianca. Ritornano così i Pearl Jam. Semplicemente. Ritornano dopo anni di attesa e lo fanno per presentarci il loro ottavo disco in studio, che prende il titolo dal nome della band stessa. Pearl Jam quindi... in tutti i sensi. Era ora. Ne sentivamo la mancanza.
La prima cosa sulla quale "cade l'occhio" é la scelta dell'artwork che, come nei precedenti lavori, é sempre ben curata. Alla solare copertina sopra citata (rigorosamente di cartone come ormai accade dai tempi di 'Vitalogy'), si contrappongono immagini "tooliane" e colori cupi. It's a worldwide suicide. Una tasca laterale nasconde, come sempre, il profumato book con i testi delle canzoni. Ma veniamo alla musica. Play.
Le prime tre canzoni lasciano senza fiato. Eddie é in grande forma e la band ha energia da vendere. Oltre al singolo ("World Wide Suicide" appunto) ascoltiamo una spumeggiante "Comatose" (già suonato in alcuni live con un titolo diverso) e "Life Wasted" che apre il CD alternando ritmi dagli accenti strani a colpi di plettro finalmente liberi di risuonare. Seguono "Severed Hand" e la bellissima "Marker in the Sand" in cui McReady, autore della musica, lascia scorrere tra le sue dite una cascata di note funkeggianti piene di delay e riverbero alternate da un ritornello molto melodico. Grandiosa.
L'atmosfera sale e chi era incastrato tra i reiterati discorsi di scetticismo verso i Pearl Jam post-Vitalogy inizia timidamente a ricredersi. Siamo solo all'inizio. Tranuqilli. L'album prosegue ed i Pearl Jam ci dimostrano di saper suonare tutto. Molto bene. "Parachutes", "Unemployable" e "Gone". Si passa rispettivamente da sonorità vagamente Beatlesiane a ritmi quasi country per poi ritornare alla classica ballata per chitarra acustica che non manca mai quando Vedder si siede ed imbraccia una "country".
Nel mezzo di questa alternanza vorticosa troviamo solo "Big Wave" che, per assurdo, é forse la canzone più lineare di questo album se lo si ascolta pensando ai Pearl Jam ed alle sonorità alle quali ci hanno abituati. Proseguiamo. "Wasted Reprise" é una piccola parentesi di organo e voce che ci fa tornare alla mente la stupenda "Arc" di "Riot Act" ma, andando oltre, ci troviamo davanti ad un altro brano degno di nota. "Army Reserve". Leggera, morbida, incantevole. La voce di Vedder mette i brividi e la presenza di Matt Cameron dietro ai tamburi si sente eccome. Non manca la chittarra inconfondibile di Stone che cambia il ritmo nel solito modo "gossardiano" mentre McReady sfiorando semplicemente le corde fa oscillare il brano in un vortice di sensazioni e colori. Indispensabile.
Ci avviciniamo alla fine del CD ma i Pearl Jam, non ancora contenti dell'ottimo lavoro, ci fanno un'altro regalo. Forse il più bello del del loro ultimo lavoro (almeno al primo ascolto). "Come Back". Inutile qualsiasi commento. Questa canzone fa sognare ad occhi aperti. Voi chiudeteli comunque... ed ascoltate. Ascoltate la calda voce di Vedder, la dolcezza delle chitarre e l'assolo stupendo di Mike (forse uno dei più belli di sempre)... poi asciugatevi le lacrime e proseguite nell'ascolto dell'ultimo brano. "Inside Job". Piano ed atmosfere vagamente Floydiane chiudono questo disco pieno di energia, melodia, colore e carattere. I fans più legati ai primi lavori della band dicono che i Pearl Jam sono tornati... io dico che non se ne sono mai andati e che spero continuino a fare grande musica con semplicità. Come sempre.