La storia del pop britannico è costellata di una miriade di band valide o in certi casi addirittura geniali, che non hanno mai ottenuto la considerazione adeguata sia a livello di critica che di notorietà. I Josef K incarnano alla perfezione il modello di gruppo-meteora al quale non sono stati mai riconosciuti i giusti meriti, perchè immensa è l'eredità che questi giovanotti di Edinburgh hanno lasciato con appena una manciata di registrazioni all'attivo, tuttte tra il 1979 e il 1981.

Sfigati, dandy, citazionisti sfrontati (vi dice niente il nome che scelsero per sè?) e con la tendenza a non prendersi mai troppo sul serio, i Josef K furono tra i paladini di quell'ondata che venne definita da qualcuno "Sound of Young Scotland". Più spigliati dei loro cugini Orange Juice, meno spocchiosi dei loro figliocci Aztec Camera - che vantarono nella loro line-up proprio Malcolm Ross, chitarrista della band in questione - i quattro trovarono l'alchimia giusta per sopravvivere intonsi a trent'anni di polvere. Ascoltare 'Entomology' oggi è un pugno nello stomaco: impressionano la genuinità e la freschezza del sound, nonostante una qualità di registrazione non sempre all'altezza; stupisce l'attualità del loro piglio melodico, imbrigliato in una rete di frenesia. Sono bastati Franz Ferdinand (non a caso scozzesi) e affini a trasformare certe sonorità in clichè nel giro di appena un paio di stagioni, ma il successo e la popolarità di questi signori non renderà mai abbastanza merito ai Josef K e al genio del loro leader Paul Haig - destinato, dopo lo scioglimento della band, ad una carriera solista di magre soddisfazioni.

A venticinque anni dal loro primo e unico lp (anch'esso uscito postumo) 'The Only Fun in Town', per non dire a ventisei dal progetto, poi abortito, per l'album 'Sorry For Laughing', nel 2006 vede la luce 'Entomology', la raccolta più completa ed esaustiva nella quale il neofita possa avventurarsi per scoprire le meraviglie che i Josef K profondono. Si tratta di una collezione di autentiche perle, uscite all'epoca per l'etichetta Postcard Records, che oggi rilucono più che mai, forti del contributo che alcune band quali Bloc Party, The Rakes e i sopracitati Franz Ferdinand hanno dato negli ultimi anni al rispolvero del lato più armonico della new wave.

Particolare è la scelta di affidare l'apertura del disco ai due pezzi più atipici dell'intera produzione Josef K: prima "Radio Drill Time", un quadro grigio e sofferto che sarebbe la colonna sonora perfetta per un romanzo kafkiano; poi "It's Kinda Funny", uno dei capolavori di Paul Haig, struggente ballata che racconta di debolezza e solitudine sulla quale si districa un canto sornione ("so I'll disappear through the crack on the wall / and the memories I leave will be nothing at all"). Chi ha il piacere di avvicinarsi a queste note per la prima volta, potrebbe pensare ora ai Josef K come a dei depressi cantori del grigiore esistenziale, che sacrificano evidenti velleità ritmiche a favore di un post-punk alla moviola per nostalgici bohemièn. Ecco che allora "Final Request" piomba a smontare le aspettative dell'ascoltatore, con il suo groviglio schizofrenico di corde sul quale si posano evanescenti note di pianoforte e un cantato da istrione, che appare sghembo ma in realtà si inserisce perfettamente tra le righe. Per un'ulteriore conferma del fatto che Haig e soci viaggiano a una velocità molto, molto alta, "Heads Watch" giunge a fugare ogni dubbio: una sfuriata di due minuti costruita su una linea di basso cupa e monotona, che si fregia di uno dei migliori assoli che si ricordino al tempo di new wave. "Drone" dirotta invece sulla strada del funky, in un irresistibile balletto di palpitazioni e dissonanze, mentre "Sense of Guilt" si avvicina alle atmosfere dei Joy Division più industriali. "Citizens" rivela l'impeccabilità della sezione ritmica di marca Josef K: spettacolare l'intro rimbalzata tra il basso di David Weddel e la batteria sincopata di Ronnie Torrance, gente che ha inequivocabilmente il ritmo nel sangue. Dopo il sinistro siparietto da film noir di "Variation of Scene", infestato da stranianti schegge di synth, ecco uno degli episodi più intensi del disco: il riff che apre "Endless Soul" è di quelli che ti si stampa in testa e promette di non abbandonarti mai più. Trasuda una sorda malinconia, agghiacciante; la voce di Haig è ora compassata ma colma di disperazione. Un ritratto a tinte fosche, squarciato da vaghi bagliori di luce bianca. Ma non c'è tempo per accessi di ipersensibilità, la musica dei Josef K è così, con un piede nella fossa e uno sulla pista da ballo: non si possono che sciogliere le articolazioni al ritmo forsennato di "Sorry For Laughing", pop-song di una perfezione sconvolgente, resa indimenticabile da un cantato più gigione che mai ("You know I loved you if I could / but both my arms are made of wood"). Nel 1980 fu il singolo che lanciò la band prima della sua implosione prematura; oggi è il baluardo della timida riesumazione che essa sta conoscendo, con un ringraziamento speciale ai francesi Nouvelle Vague, che ne hanno riproposto qualche annetto fa una versione tenera e sognante. E se "Revelation" non è altro che la prova di quanto questo sound sia seminale, praticamente un manuale d'istruzioni per la generazione odierna prestata al revival new wave, "Chance Meeting" si presenta come una sincera canzone d'amore che chiunque vorrebbe sentirsi dedicare, benevola e percorsa da una sottile vena di nostalgia. "Pictures (Of Cindy)" è un altro dei capolavori assoluti della band: parte lenta ed eterea, con gli strumenti che sembrano prendere forma dal niente, poi si rivela un rompicapo fatto di continui cambi di passo in cui Paul Haig si diverte a prendersi gioco dell'uditore più serioso con il suo fare di sufficienza. "Fun 'N' Frenzy" gioca con i primi Cure e nondimeno con le leggendarie colonne sonore morriconiane; "Crazy to Exist", "Forever Drone" e "16 Years" sono gioielli di musica pop a mille all'ora. 'Heart of Song' è davvero un amore di canzone così come recita il titolo, segnata dall'onnipresenza di una chitarra squisitamente funky che si saluta ormai come marchio di fabbrica. "The Angle", che si fonda su un giro di basso da colpo di fulmine al primo ascolto, è un puzzle in cui gli strumenti sembrano incastrarsi tra di loro alla perfezione, creando un tappeto sonoro sul quale il teatrino del cantante va in scena con ineccepibile puntualità. "Heaven Sent" è un accattivante intreccio di chitarre a passo cadenzato; "The Missionary", dall'incedere marziale, viaggia a metà strada tra i Gang of Four e i primi Talking Heads. Chiude alla cazzona, in pieno stile Josef K, "Applebush" che è l'episodio sicuramente più prescindibile del lotto, una morbida rilettura di un pezzo di Alice Cooper del '69 (!).

Per chi abbia voglia di cambiare umore tre volte al secondo, per chi cerchi un variopinto carnet di emozioni in un singolo disco, i ventidue frammenti che compongono 'Entomology' sono quanto di meglio si possa desiderare. I Josef K divertono, commuovono, fanno piangere e ballare, schiaffeggiano con un guanto i pilastri indiscussi del post-punk impregnando la loro musica di un'autoironia che non conosce pari. E' un peccato che tanto genio abbia lasciato ai posteri niente più che un pugno di canzoni, suggestive, bellissime, così piene di vita da apparire oggi più attuali di quanto non lo fossero al tempo del loro parto. E' un peccato che pochi si siano accorti, in tutti questi anni, dell'esistenza di una band al cui cospetto decine di gruppi che ai giorni nostri si impongono come novità (ma sono in realtà dei pronipoti) non potrebbero che impallidire. Queste parole non vogliono gettare fango su chi fa musica con il cuore, ma semmai sollevare dubbi sulla presunta originalità di un certo sound, più volte osannato, che oggi imperversa nella cultura indie. Molta di questa farina viene da un sacco che i Josef K hanno abbandonato da qualche parte tanti, troppi anni fa. Sarebbe l'ora di riportarlo alla luce.

Lasciate che il ripugnante scarafaggio che domina la copertina di "Entomology" infesti il vostro stereo, ma attenzione, non se ne andrà facilmente. Questo è un incubo uscito dalle pagine di Kafka, anche se ha tutta l'aria di uno scherzo. Lasciate che queste note riempiano le vostre stanze. Perchè la Giovane Scozia che fu, possa suonare in eterno.

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