Quello che ha realizzato Assayas è forse il più anomalo film di fantasmi di sempre, sicuramente uno dei più interessanti. Nonché uno degli oggetti filmici più rilevanti di questa annata (seppur fosse stato presentato - e premiato - già a Cannes 2016).

Era infatti almeno dai tempi di Kairo, capolavoro di Kiyoshi Kurosawa, che non s'aseva a qualcosa di tanto speciale e degno di essere raccontato, visto, sviscerato, lasciato infine al suo giusto mistero filmico ed esistenziale. Il paragone col film di Kurosawa, fatto da alcuni in questi mesi, però è comunque, in parte, fuorviante. Se, in quel caso, il già autore della (in Italia) semisconosciuta pietra miliare Cure (film, questo, che anticipava tutto il filone Horror nipponico esploso con Ringu), attraversava i confini del genere, seppur in maniera assolutamente atipica e trascendentale, qui siamo di fronte a qualcosa di ancora più unico e differente. Personal Shopper, infatti, in realtà più che film di fantasmi è film con fantasmi, in cui di puro Horror rimane davvero pochissimo a fronte di quello che è a tutti gli effetti prodotto drammatico autoriale, con protagonista una medium che, più che cercare il contatto con l'entità spiritica (cosa che pure fa, claro), trascorre gran parte di film su uno scooter per le strade parigine e londinesi per procurare costosi ed esclusivi abiti ad un personaggio secondario che non appare praticamente mai. Personal Shopper è il modo di Assayas, oltre che di dipingere un altro, bellissimo ritratto femminile, di trattare temi ultimi come morte, identità, lutto, aldilà. Il vivere con la spada di Damocle sulla testa. Lontano che più non si potrebbe da derive new age hollywoodiane, nell’epoca del Dio tecnologico, della comunicazione digitalizzata, dello smartphone con cui messaggiare anche con un presunto spirito, in un crescendo surreale di tensione ed insondabilità.

La metropoli, con la sua ricchezza ed i suoi piccoli-grandi lati oscuri nascosti dietro l’instancabile frenesia della vita (post)moderna. Anche oggi, nel regno delle informazioni, l’invisibile e l’intangibile sono ancora possibili ed anzi centrali, tanto quanto l’incomunicabilità, su questa dimensione ed anche nelle eventuali altre, per quanto si riportino alla mente ed al cuore dello svolgimento l’arte pionieristica di Hilma af Klint e gli esperimenti di Victor Hugo (in un sorprendente e straordinario momento di cinema nel cinema). L’origine di astrattismo, spiritismo e teosofia.

Personal Shopper colpisce duro alla mente, agli occhi ed al cuore (si scelga in quale ordine a seconda della soggettività).

La Stewart, seppur (ancora?) non sia una grande attrice, così come l'ex compare Pattinson (vedi, qui, alla voce Civiltà Perduta) è però in continuo progresso professionale (in Assayas ha trovato un po’ quel che il Robert ha trovato con Cronny), e soprattutto dotata di fortissima presenza scenica e di un innegabile e naturale carisma, oltre che di una sensualità potentissima che buca più volte lo schermo. Tanto basta per renderla perfetta in questo ruolo, in questo film, in questo momento.

Per me, si tratta di un capolavoro.

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