C'è un lungo, sottile confine che scorre attraverso gli anni e funge da linea di demarcazione tra la realtà e il mito. Il luogo dove il tempo e la fortuna dispensano gloria o declassano eternamente negli inferi più reconditi. Tante band, tanti artisti hanno oltrepassato il margine. Molti altri sono rimasti racchiusi nei propri perimetri, fino a quando lo scorrere degli anni ne ha cancellato le traccie.

1987. L'America a stelle e strisce vive una nuova 'golden age' musicale. È l'anno della post-psichedelia e del garage, eruttati fuori dagli scantinati californiani. Degli Electric Peace, gli SS-20, i Gravedigger V. L'anno che presenta i Fugazi di Washington ed i Galaxie 500 dai sobborghi di New York. Quello dell'ultimo, folgorante album degli Hüsker Dü, già consegnati alla storia qualche tempo prima con “Zen Arcade”. L'anno dei concittadini Illiterate Beach. Anzi no, perchè nessuno sembra accorgersi di “No Polyester Please...”. Registrato negli Underground Studios, in Minneapolis, per la Susstones tra settembre-novembre dell'anno prima, viene pubblicato nei primi mesi del 1987 ma passa inosservato,
come un treno lungo una tratta di stazioni morte.

Jeff, Maria, Greg, sullo sfondo un'abitazione. Il tutto uniformato in una tonalità di blu così insolito che sembra essere nato e morto in quello stesso anno, in quello stesso giorno. Questo raffigura l'artwork del primo e ultimo ep della carriera dei tre del Minnesota. Ostaggi di una copertina che avrebbe dovuto sdoganarli all'attenzione della critica di settore anzichè confinarli per sempre nella cornice di uno scatto, come fossili imprigionati nelle rocce.

Eppure i cinque brani di “No Polyester Please...” vivono di una lucentezza intrinseca e camminano lungo le colorate vie di Haight-Ashbury nonostante non muovano un solo passo al di fuori della topografia di Minneapolis. E ci trovi il violino della Menolasino che cammina sullo stesso solco del suo leggendario avo Ric Sanders (Fairport Convention), il fantasma della Slick (Jefferson Airplane) a battere cassa sulle cinque tracce, specie in "Never Stops", il jingle-jangle di Roger McGuinn (Byrds) in "Until" e persino un inaspettato Peter Buck (R.E.M.) nella iniziale "Traces". Billy Edward Wheeler va da sè, giacché titolare di "High Flying Bird":

"My old man up and died, my daddy up and died. Oh, he had to fly away and the only way to fly was to die".

La triste considerazione di un minatore che, guardando un uccello che plana alto in cielo, trova nella morte la sola, unica via di fuga da questo mondo ingrato...come ingrata e befferda è stata la sorte con gli Illiterate Beach.

25 minuti conditi della psichedelia costa-ovest più apprezzabile che si possa tramare, un folk rock intriso di paesaggi rurali americani e scogliere sull'oceano, dove depositare l'anima sull'ultimo lembo di roccia prima dell'abisso.

Un singolo e un ep.
Fine della discografia. Addio.

Qualcuno diceva che ogni essere umano è prigioniero del proprio destino. Gli Illiterate Beach di una copertina e cinque deliziose tracce che in pochi hanno saputo apprezzare.

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